You do not currently have permission to view the full text for this document. Please sign in to an account with an active subscription or contact support.
Non si può non avere cautela nell'affrontare il concetto di pulsione di morte perché non c'è autore che, ad un certo punto della sua evoluzione, non si sia cimentato, in qualche modo, con esso. A partire dalla primitiva formulazione di Freud, è stato declinato in vari modi, dal riconoscimento della sua utilità come concetto teorico, alla sua utilizzazione come fatto clinico (Segal, 1993, ad esempio, sulla scia della Klein), alla sua dubbia utilità come istinto primario (ad esempio Balint, 1951, sulla scia di Ferenczi), ad una caduta di interesse conseguente ad una diversa concettualizzazione dei vissuti negativi come risultato di precoci disturbi della relazione oggettuale, il No thing di Bion (1965), ad esempio, o il Black Hole di Grotstein o, al contrario, alla sua valorizzazione come in una parte della letteratura francofona (ad esempio Green, 2007).
La psicoanalisi rientra in quelle discipline, non solo umanistiche ma anche scientifiche, in cui le teorie non vengono mai superate completamente, anzi, cambiando lo Zeitgeist, possono essere riscoperte, in modo da cogliere a posteriori alcuni aspetti della verità che non erano esplicitamente presenti nella formulazione originale. Ciò chiama in causa la capacità dell'analista di trasformare ciò che ha ricevuto. In parte questa capacità è legata alle vicissitudini generazionali, e in parte, al modo in cui il contesto culturale influenza l'assimilazione delle teorie che lo hanno preceduto.
La pulsione di morte, come è entusiasticamente presentata in Aldilà del principio di piacere (Freud, 1920), e più pessimisticamente riconsiderata dopo circa vent'anni, in Analisi terminabile e interminabile (Freud, 1937), a mio avviso è un esempio di questa possibilità. Essa non solo continua a presentarsi come fatto