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Nel corso della mia formazione, avvenuta negli anni ottanta, basata sostanzialmente sul modello medico, imparai a esaminare un paziente nei colloqui iniziali per mezzo di procedure standardizzate. Lo scopo principale di questo metodo era ottenere un profilo della struttura di personalità del paziente e raccogliere informazioni biografiche al fine di determinare la sua «analizzabilità». I dati ottenuti dall'interazione diretta con il paziente, nel presente della situazione di colloquio, erano giudicati di secondaria importanza dal momento che si riteneva che i primi colloqui dovessero costituire una situazione valutativa strutturata e del tutto differente, sia nei contenuti sia nella forma, dall'analisi vera e propria. Lo scopo principale di questi non era infatti il disvelamento dell'inconscio, delle interazioni non verbali, del transfert e del controtransfert o delle loro modalità di espressione; né tanto meno bisognava interpretare tutte queste cose.
Mi resi conto della limitatezza di questo approccio soprattutto considerando il notevole numero di pazienti che venivano giudicati non adatti all'analisi. Successivamente, però, molti di questi pazienti finivano per rivelarsi analizzandi eccellenti con analisti che lavoravano in modo diverso e che seguivano criteri di