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Èormai consapevolezza diffusa che quando uno psicoanalista si avvicina a una qualsiasi creazione artistica con gli strumenti del suo sapere, l'atteggiamento da cui deve guardarsi è quello che scherzosamente definirei sindrome da «cifra nel tappeto». Mi riferisco al titolo di un racconto breve di Henry James, in cui un critico letterario comincia a investigare sistematicamente gli scritti del romanziere Hugh Vereker, con l'intento di scoprire un segreto che l'autore avrebbe celato tra le pagine del testo, un «tesoro nascosto» che una volta portato alla luce avrebbe illuminato il senso ultimo e definitivo di tutta la produzione dello scrittore. Individuare la «cifra nel tappeto», disvelare la figura nascosta nell'intreccio di trama ed ordito del tessuto narrativo - il textus - si rivelerà per il protagonista impresa vana e illusoria. Ma non solo. «Vereker mi era sempre piaciuto; e ciò che stava accadendo era che la mia nuova comprensione e la mia vana preoccupazione mi guastavano il piacere. Non soltanto non riuscivo ad afferrare un'intenzione generale, ma mi trovavo a perdere di vista perfino le intenzioni particolari che in precedenza avevo saputo apprezzare. I suoi libri non erano più gli oggetti affascinanti che un tempo erano stati per me» (James, 1986, 26).
L'indagine indiziaria diventa un'ossessione che finisce col dominare a tal punto la maniera in cui il protagonista si accosta a quelle pagine, da privarlo del piacere di immergersi nell'universo spalancato dalle vicende narrate, di farsene catturare e toccare emozionalmente ed immaginativamente. Se l'obiettivo primario è vincere le resistenze del testo per smascherare ciò che vi si annida, il rischio è l'appannarsi dell'esperienza creativa di una relazione vitale con ciò che si ha di fronte.