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Al cinema, il mio fidanzato si era addormentato e un profondo senso di esclusione e di frustrazione mi aveva invaso: un ottimo argomento di cui parlare il giorno dopo alla mia analista. Luciana, con la sua abituale spontaneità, esclamò: «Ma lo lasci dormire!». Non sembrava certo un'interpretazione, piuttosto un saggio consiglio. Superato il primo momento di sconcerto, queste parole cominciarono a rivelare tante cose, a mostrare significati, a far nascere idee. Anzitutto la visione che Luciana mostrava di avere della persona reale alle prese con la realtà delle emozioni e del corpo. La simpatia evidente con la quale guardava la persona in contatto con i propri bisogni produceva subito un effetto liberatorio, come se avesse affermato: è possibile essere quello che si è.
La proposta di un modello di persona capace di corrispondere alle proprie necessità emotive e corporee fa pensare a quante volte, invece, tali bisogni vengano messi da parte in favore delle aspettative degli altri e di noi stessi. Cioè quello che gli altri si aspettano da noi, quello che noi crediamo che gli altri si aspettino e soprattutto quello che noi ci aspettiamo da noi stessi. Il modello proposto da Luciana costringeva a pensare a quanto l'essere all'altezza delle proprie aspettative ci faccia invece trascurare e mettere da parte proprio noi stessi.
Il commento di Luciana propone un cambiamento del vertice da cui osservarci, in modo da poter vedere non chi vorremmo essere, ma chi siamo, creando per il paziente una possibilità di modificare la teoria attraverso cui interpreta se stesso e il mondo. Il paziente, osservandosi da un nuovo vertice scaturito dalla relazione analitica, può iniziare a sperimentare un modello provvisorio e più