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Molti sono i libri che il bel titolo di questo volume collettaneo richiama. Lo considero già un buon indicatore per quanto riguarda il suo futuro. Mi auguro la sua ampia diffusione tra coloro che sono interessati alla psicoanalisi del bambino, ma non solo. Tra i libri evocati mi limito a ricordare Il limite primigenio dell'esperienza (1989), di Ogden, All'inizio della vita psichica (1999), a cura di Cohen-Solal e Golse, L'enigma delle origini (2006), a cura di Amadei e Bianchi, La naissance de l'objet (2010), di Roussillon e Golse.
Tutti questi testi trattano del valore, per la vita psichica successiva, delle prime esperienze intersoggettive che intercorrono nella diade madre e bambino e sono in sintonia con le attuali ricerche neuroscientifiche, per cui eventuali «disregolazioni affettive che avvengono negli ultimi mesi di gravidanza e nel primo anno di vita» (Schore, 2012) ipotecano sia i processi di sviluppo sia il corredo genetico. Tutto ciò diviene ancor più rilevante quando, in età evolutiva, intervengono dei traumi reali, concretamente documentabili. È in questo ambito che l'apporto dello psicoanalista con il suo ascolto profondo e la sua partecipazione affettiva ed emotiva può fare la differenza. Infatti, l'organizzazione del funzionamento mentale può variare notevolmente in funzione della mobilizzazione legata a complesse dinamiche di scambio conscio, preconscio e inconscio, relazionale e ambientale. Gli innesti di mutuo riconoscimento nell'opera tra madre e bambino costituiscono un riferimento vivo, valido per ogni relazione umana successiva. D'altra parte la prospettiva epigenetica, nel campo della genetica, sta indicando quanto l'ambiente, ampiamente inteso e quindi comprensivo anche della matrice originaria relazionale, sia in grado di trasformare le disposizioni strutturali ereditate.
Una ferita all'origine si sofferma sulle esperienze traumatiche precoci sofferte da un certo numero di bambini, esperienze che impongono le loro tracce, limitando i success