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Tra gli ultimi numeri della rivista diretta da Jay Greenberg mi è sembrato possibile rintracciare come filo comune l'attenzione per la genuinità dello psicoanalista e la necessità di ripensare alla sua «umanità», ammettendone difficoltà e disagi emotivi. Gli articoli che riassumerò sono caratterizzati non solo da questo tema principale, ma anche dal fatto che gli autori si sono messi profondamente in discussione, condividendo esperienze intime o sollevando argomenti scomodi. La scrittura è «sincera», sia per semplicità comunicativa, sia per la presentazione di vignette cliniche condotte non da analisti eroici, ma il più delle volte dubbiosi, sicuramente meno rassicuranti dal punto di vista narcisistico ma con cui ritengo sia più facile (e talvolta, sano) identificarsi.
L'identità psicoanalitica rischia infatti di contenere elementi idealizzati, sicurezze granitiche che si fondano su diktat superegoici e autocelebrazioni che rappresentano un pericolo altrettanto forte quanto la svalutazione della psicoanalisi nella società odierna. Anzi, potrebbero esserne una delle cause.
La sincerità degli autori di questi articoli ci obbliga ad altrettanta onestà nel guardarci dentro. La lettura non suscita un effetto disarmante, bensì il sollievo da sporadiche ma inquietanti sensazioni di solitudine e impostura che possono presentarsi quando si negano i pensieri negativi riguardo al nostro lavoro e le sofferenze emotive a esso collegate.
Il termine «impostura» è proposto da Nathan Kravis nel suo accattivante articolo «The Analyst's hatred of analysis», pubblicato nel numero di gennaio 2013, in cui si discute l'avversione degli psicoanalisti verso la psicoanalisi stessa, le sue origini e vicissitudini a partire da quell'esperienza di stanchezza, noia, distrazione e trascinamento nel lavoro non riconducibile a elementi controtransferali. Egli afferma che «il punto non è semplicemente che gli analisti sono solo umani» (90) ma che questa realtà si scontra con le richieste esigenti della