You do not currently have permission to view the full text for this document. Please sign in to an account with an active subscription or contact support.
La poesia esprime un particolare rapporto col tempo e con la conoscenza, aveva osservato nel 1987, nel suo discorso per il premio Nobel, Iosif Brodskij. Quando un poeta scrive, e resta sorpreso da ciò che emerge, non sapendo mai anticipatamente quello che ne uscirà fuori, ebbene, in quel momento «il futuro della lingua entra nel suo presente. Esistono, come sappiamo, tre modi di conoscenza: quello analitico, quello intuitivo e quello utilizzato dai profeti biblici, il servirsi della rivelazione. Ciò che distingue la poesia dalle altre forme letterarie è che essa utilizza simultaneamente tutti e tre i metodi (tendendo prevalentemente al secondo e al terzo)» (Brodskij, 1988, 10). L'osservazione di Brodskij definisce una caratteristica della dimensione creativa, ma non solo: la possibilità di incontrare ciò che ancora non è pensato, e di farsi attraversare, «possedere,» da qualità non previste dell'oggetto, riguarda infatti, in termini oltremodo generali, il funzionamento simbolizzante della psiche nei confronti di ciò che non può accogliere in un dato momento, il generarsi della rimozione, la dimensione di infiltrazione del rimosso e lo sforzo di integrazione dello stesso. Evidenzierei tuttavia, in questa formulazione, principalmente la questione del profetico, garante dell'avvento del nuovo, e il fatto che il poetico determina una trasformazione del tempo.
L'idea di un «futuro che irrompe nel presente» e che definisce in tal modo lo spazio del poetico non ci è sconosciuta. Era già stato Valery (1948) a parlare, in relazione alla sua scrittura1, di «avanzi del futuro», esseri furtivi che innescavano