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Il problema dei rapporti tra psicoanalisi e psichiatria non è nuovo al nostro dibattito e risale al tempo in cui lo stesso Freud lo pose nel 1922, sebbene da una prospettiva che all'epoca sottolineava in modo univoco il possibile apporto della prima disciplina alla seconda e non viceversa.
Il dibattito è rimasto aperto, contemplando posizioni eterogenee ed in certi casi contrapposte. Da un lato una parte non secondaria della psichiatria sembra votata ad un neo-riduzionismo biologico che acquisisce in modo diretto, non problematizzato né dialogante, gli sviluppi della ricerca scientifica e riconosce unicamente l'efficacia dell'azione farmacologica sui sintomi.
D'altro canto alcuni colleghi psicoanalisti hanno ritenuto che lavorare in un servizio psichiatrico comportasse un'irriducibile scissione tra funzioni inconciliabili: occuparsi dei processi inconsci nella relazione analitica, dove è privilegiata la tensione verso il libero fluire del pensiero associativo e del «pensiero onirico della veglia» di analista ed analizzando, come può conciliarsi con il prevalere del processo secondario, la diagnosi e la terapia, il mandato sociale ed i «fatti» clinici presentati dai pazienti più gravi nel lavoro psichiatrico?
Alcuni colleghi psicoanalisti che non hanno scelto i servizi di salute mentale e molti di coloro che hanno preferito lasciare tale ambito, dopo averne fatto esperienza, si sono comunque impegnati con funzioni a mio avviso particolarmente