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Un primo spunto me l'hanno dato i versi di Adriana Pagnoni, riletti in una giornata milanese in suo ricordo, e poi la lettura di Versi ritrovati (Lorenzetti, 2013). Poesia. Mi piacerebbe dire cos'è, ma posso procedere solo per approssimazione. È il modo più ricco che conosco per cercare di dire l'indicibile. Se il poeta cerca di dire - un po' - l'indicibile, almeno in questo, assomiglia a un buon analista al lavoro. Qualche volta chi scrive pensa al posto del lettore, che crede di non sapere e/o ha paura di pensare. Dunque la poesia è uno dei mezzi che abbiamo per conoscere i mondi, percorrendo itinerari complessi, che spesso passano per processi primari.
Sembra che etimologicamente, e quindi all'inizio, l'arte consista nel saper fare. Poiein è (saper) fare, come Kunst, che è arte in tedesco, ma legato alla radice del verbo können, potere. L'idea apparsa fin dall'inizio della civiltà mi pare sia questa: Arte è saper fare, con gli arti, compresa la voce, produrre ciò che stava in mente. Sembra che, almeno fino a pochi anni fa, si sia pensato a una divisione di compiti: la donna genera bambini, l'uomo fa opere. Abbiamo sempre immaginato che Omero fosse uomo. Saffo viene dopo. Magari l'uomo produce poesia proprio perché non sa fare bambini, con una parte di competizione, anche di invidia (infantile). In effetti la poesia ha qualcosa di infantile, piace ai bambini, piace al bambino interno, che conserviamo nel ricordo. Da piccoli ci piaceva il ritmo della filastrocca; il ritmo era analogo all'essere cullati, la rima richiamava la musica della voce materna. La rima che è anche un'apertura, come quella palpebrale da cui entra la luce. La creatività è legata al piacere, ai primitivi affetti-sensazioni di cui ci ha parlato, incantando e convincendo tutti, Agostino Racalbuto (1994).