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Presentiamo questa sezione su Merleau-Ponty per alcuni motivi. Siamo convinti che la filosofia sia, assieme alla psichiatria e alle neuroscienze, uno degli interlocutori principali della psicoanalisi. In particolare crediamo che sia importante fare i conti con i maggiori filosofi del '900, con quelli che direttamente o indirettamente hanno intrecciato la loro riflessione con quella psicoanalitica. Ci riferiamo, tra gli altri, a Wittgenstein, Heidegger, Merleau-Ponty, Derrida. L'auspicio è che la Rivista possa ospitare di tanto in tanto contributi su questi autori. Iniziamo in questo numero con Merleau-Ponty. Il filosofo francese sta assumendo un'importanza sempre maggiore anche per gli analisti da quando una delle aree tematiche più promettenti della ricerca psicoanalitica è diventata quella dell'intersoggettività, delle memorie procedurali o implicite e dell'inconscio cosiddetto non rimosso o estetico. Merleau-Ponty ha eretto il suo edificio di pensiero, purtroppo incompiuto per la morte precoce, su due pilastri: sulla critica al soggetto cartesiano e all'idea, basata sul senso comune, che la percezione sia disincarnata, immateriale, incorporea.
Come asserisce Mauro Carbone in un suo recente contributo1, «Se la visione sorge nell'incontro tra noi e il mondo, lì, in quell'incontro, sorge anche l'inconscio. E se la visione non è né mia né del mondo, ma è dell'incontro, in qualche modo anche l'inconscio non è mio o del mondo, ma è dell'incontro. A questo proposito c'è una frase di Merleau-Ponty […]: “i nostri rapporti in stato di veglia con le cose e soprattutto con gli altri, hanno per principio un carattere onirico. Gli altri ci sono presenti come dei sogni e come dei miti.” Ecco questa frase indica che c'è […] una dimensione dell'inconscio che, appunto, si dà nel nostro incontro col mondo» (Carbone, , 27); un inconscio che non è più da cercare in fondo a noi o «dietro la nostra “coscienza,” ma davanti a noi, come articolazioni del nostro campo» (Merleau-Ponty, cit.