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Èsingolare che i filosofi che più si sono avvicinati alla psicoanalisi, nel corso del Novecento, e che forse più erano disposti a trovarvi spunti e sollecitazioni per il proprio percorso, abbiano voluto ogni volta marcare una distanza, una differenza, una diffidenza. Jean-Paul Sartre ha insistito, nell'Essere e il nulla, che solo una psicoanalisi «esistenziale» avrebbe potuto portare a compimento il cammino freudiano. Maurice Merleau-Ponty, nel Visibile e l'invisibile, ha affermato che solo una psicoanalisi «ontologica» avrebbe liberato il cammino freudiano dal meccanicismo e da un naturalismo che in fondo erano gli stessi che Sartre denunciava - e che prima e dopo di loro Karl Jaspers (nella Psicopatologia generale) e Martin Heidegger (non solo in Essere e tempo, , ma ancora negli anni Sessanta, nei Seminari di Zollikon) non avevano mai smesso di denunciare.
Se ci soffermiamo su Merleau-Ponty, il materiale a nostra disposizione per comprendere che cosa possa mai essere una psicoanalisi «ontologica» è esiguo e frammentario. Vi è la breve «Prefazione» a un libro dello psicoanalista Angelo Hesnard, vi sono i cenni molto critici contenuti nella Struttura del comportamento e nella Fenomenologia della percezione, che però non pongono in primo piano l'esigenza «ontologica» di cui dicevamo, e vi sono brevi sviluppi negli ultimi corsi al Collège de France oltre che nelle note di lavoro, com'è noto incompiute, dell'ultimo libro a cui Merleau-Ponty abbia lavorato, il Visibile e l'invisibile, dove troviamo