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Saggio di attualità, che esce in un periodo di grande interesse per la Cina, dove si cerca di esportare la psicoanalisi - analogamente, secondo alcuni, a quanto avvenne alla fine del XVI secolo, ad opera dei missionari cattolici, capitanati da Ruggieri e Ricci.
Come la chiesa cattolica della controriforma aveva cercato di espandersi in Oriente, analogamente la psicoanalisi, in crisi nel mondo occidentale, starebbe cercando di «evangelizzare» la Cina.
Operazione controversa, per alcuni impossibile, date le radicali diversità culturali; per altri invece possibile e promettente. Tra i sostenitori dell'esportazione della psicoanalisi, accanto a quanti tendono a ignorare o a sottovalutare le differenze culturali, vi è anche chi sottolinea un'interessante analogia tra la prassi psicoanalitica e il pensiero cinese. Oriente e Occidente potrebbero addirittura trovare un punto di incontro proprio nella psicoanalisi.
Bollas illustra questo punto di vista nel saggio La mente orientale, arrivando a sostenere che, attraverso lo studio del pensiero cinese, «ha imparato delle cose sulla psicoanalisi che non aveva mai compreso» (12).
Prima di esaminare le tre parti che compongono il libro, vorrei notare la convergenza tra le idee dell'autore, psicoanalista la cui riflessione prende avvio dal lavoro clinico, e le idee esposte da François Jullien (2012).1 Jullien non è un analista, bensì un filosofo e sinologo e le sue argomentazioni si basano sulla lettura del testo freudiano. I suoi «Cinque concetti» si riferiscono a temi per così dire sottosviluppati nella teoria freudiana, in quanto ancorata al pensiero occidentale, ma presenti e operanti nella clinica e che costituiscono altrettante aperture al pensiero cinese.
La diversità degli approcci dei due autori a questi temi rende la convergenza, l'analogia delle loro considerazioni particolarmente interessante.