You do not currently have permission to view the full text for this document. Please sign in to an account with an active subscription or contact support.
«Odio la mia pelle», mi disse una giovane paziente. Tutto quello che potevo vedere era la levigatezza della sua pelle, erano i morbidi controni di un volto carino, nascosto dietro un velo di capeli. Ma ai suoi occhi appariva irregolare, eruttante all'infinito orrende macchie. Questa pelle immaginaria esponeva come si sentiva dentro: odiata e piena di odio.
La pelle - l'organo più vasto - è molte cose. È la «tela» su cui proiet tiamo le nostre fantasie e le nostre paure (Mifflin, 1997). È il primo punto di incontro del tocco dell'altro. È anche un contenitore: tiene l'interno intatto. La pelle così agisce da confine, fornendo la sensazione di essere un'interiorità in relazione a un'esteriorità. Questo confine può essere soggettivamente sperimentato come un sito per incontrare l'altro o come un guscio che protegge il Sé dall'altro. La pelle potrebbe essere vista come una specie di tabellone (Favazza, 1996) in cui messaggi permanenti sono registrati, mostrati e comunicati agli altri. I messaggi trasmessi sono molteplici quando si ricercano le funzioni che i rituali corporei, che comportano segni della pelle, hanno avuto storicamente e attraverso le culture, per esempio come segni di guarigione fisica, salvezza spirituale, inclusione e differenza.
Oggi voglio focalizzarmi su tre tipi di modificazione corporea che sono diventati sempre più diffusi in Occidente come mezzi per alterarne la superficie, e cioè la marcatura permanente della pelle attraverso l'uso di tatuaggi, piercing e cicatrici, a cui mi riferirò generi camente come «segni sulla pelle».