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Michel Foucault poneva Psicoanalisi ed Etnologia ai due estremi dello spettro rappresentato dall'episteme occidentale, ritenendole «un perpetuo principio di inquietudine» che interroga «la regione che rende in generale possibile un sapere sull'uomo». Esse hanno cioè a che fare con ciò che fonda, o al contrario dissolve, la possibilità stessa di costruire una conoscenza dell'umano e del suo rovescio oscuro, del disumano.
La reciproca curiosità e fascinazione tra psicoanalisi ed antropologia non ha impedito però che più spesso si traducesse in equivoci e fraintendimenti, in «appuntamenti mancati» (Charuty), piuttosto che in proficui incontri. Anthony Molino affronta e discute criticamente tali incroci tra antropologia e psicoanalisi attraverso una serie di serrate interviste con alcuni tra gli antropologi che negli ultimi venti anni li hanno più approfonditi. Il terreno più attuale e concreto di confronto tra le due discipline si concentra sull'analisi dei processi di costruzione dell'identità, sia nella clinica individuale che nei contesti socioculturali. La posizione di Molino e dei suoi interlocutori, antropologi con attente competenze psicoanalitiche (tra i quali per citarne alcuni tra i più noti: Crapanzano, Obeyesekere e Augé), appare chiara: non è più possibile sostenere, come hanno fatto generazioni di antropologi in precedenza, che l'antropologia deve interessarsi solo del sistema di significati pubblici, collettivi, trascurando totalmente il sistema di significati privati, ritenendoli non «oggettivabili» e dunque non indagabili.
L'incapacità di questa posizione «classica» degli studi antropologici di render conto delle scelte culturali dei singoli individui, indagandole anche nelle loro dimensioni di conflittualità e di ambiguità viene ritenuta una consistente perdita del potere conoscitivo dell'antropologia stessa. Tali «incroci», del resto, si rendono