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Quando Freud, nella Lezione 32, si appresta a ricapitolare i progressi fatti rispetto alle costruzioni precedenti nel campo della teoria delle pulsioni, afferma molto semplicemente che ciò che sta proponendo può apparire come «un tentativo di trasfigurare teoricamente la banale antitesi tra amore e odio» (1932, 211).1
È di grande importanza che la teoria sia in grado di intercettare termini e nozioni capaci di parlare all'esperienza dei singoli individui in quanto, entrando a far parte delle formulazioni teoriche, anche le più astratte, essi costituiscono un tramite perché la teoria possa mantenere legami non solo significativi, ma riconoscibili con le vicende che cerca di descrivere e comprendere per meglio, nella clinica, poter su di esse intervenire.
La coppia di termini amore-odio ben si presta quindi a fungere da cerniera tra la rappresentazione delle esperienze e il piano delle formulazioni teoriche e anche per questo, credo, è stata ampiamente utilizzata da Freud tanto per la prima che per le seconde.
Come tutte le cerniere, è a un tempo in grado di unire e di separare, di segnalare continuità e al tempo stesso di marcare discontinuità.
Si tratta di termini che troviamo sia nella prima che nella seconda teoria delle pulsioni;2 anzi, grazie alla loro ricorrenza, possiamo vedere quanto le ultime