You do not currently have permission to view the full text for this document. Please sign in to an account with an active subscription or contact support.
Come, con chi e per quali vie si comunica nella situazione analitica? Che cosa ci succede, prima o in risposta alla parola, quando siamo in presenza dei nostri pazienti? Come e dove attingiamo le nostre risposte, da quali esperienze, da quali memorie? Va sempre bene pensare con Winnicott all'insediamento della mente nel corpo, o non dobbiamo piuttosto pensare al corpo insito nella mente, suggeritore occulto, ma potente? (Johnson, 1987, Ferro, 2014). Gaddini (1980) parlava d'altronde di mente e di corpo non come di realtà contrapposte, ma come di un circuito corpo-mente-corpo.
In questo lavoro vorrei occuparmi della questione a diversi livelli. In una prima parte, attingendo dalle osservazioni presenti in letteratura e dalla mia esperienza analitica, rifletterò su alcuni aspetti della comunicazione analista/paziente. In un secondo tempo proporrò un modello di psicoterapia psicoanalitica focalizzata sul corpo; la ritengo utile sia come estensione del lavoro psicoanalitico, in quanto particolarmente adatta ad incontrare pazienti la cui difficoltà sta all'origine, nell'accesso a una parola «incarnata» e nei processi di differenziazione, sia come esperienza personale dell'analista in quanto capace di renderlo più permeabile al lavoro della percezione. Sullo sfondo domande a più riprese: quale è la sorte dell'individuo nella relazione intersoggettiva? Quale il ruolo specifico della madre nei processi di differenziazione?
Il paradosso del corpo consiste nel fatto che esso è quello che ci fa unici, ma, allo stesso tempo, esso è largamente debitore al corpo e allo sguardo dell'altro,