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Attraverso il racconto e alcune riflessioni su passaggi significativi della terapia di Carlos, intendo soffermarmi su una delle possibili declinazioni del tema proposto, e cioè sulla «interpretazione» come arte maieutica degli affetti, nel senso di aiutare il paziente a ritrovare in se stesso la propria verità, una apertura mai esaustiva o satura, ma mobile e aperta, a una creatività originaria che riprende contatto con il respiro e il movimento della vita.
Come vedremo, l'analista svolge a lungo il ruolo di «attore» (prima di essere «interprete») nell'assumere su di sé il sentire spezzato, fratturato del paziente, prima che sia possibile ravvivare gli affetti sulla scena, nell'ottica di Grotstein che afferma: «A mio parere l'analista invece di essere neutrale o distante deve diventare la verità emotiva dell'analizzando sulla sua realtà profonda per ora inaccettabile (il sintomo del momento) risonando inconsciamente con l'angoscia dell'analizzando proveniente dal suo inconscio» (2004, 1084).
Conosco dapprima Carlos, 21 anni, attraverso il racconto dei genitori che mi parlano di una situazione in casa da tempo insostenibile per le crisi esplosive del figlio; sono spesso sul punto di espellerlo da casa, anche se sinceramente addolorati dalla situazione di Carlos che attua, da anni, una condizione di totale chiusura nell'ambito della famiglia.
Quando il figlio aveva circa due anni, si era rotta un'armonia fusionale nella coppia (che aveva protetto entrambi da situazioni molto traumatiche della loro storia personale); la signora aveva sofferto di una depressione importante durata circa tre anni, e il marito, rivedendo in lei la propria madre depressa, aveva accentuato una sua turbolenza di base, con comportamenti a volte violenti verso il figlio.