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Siamo nei primi anni del secolo scorso: nell'atmosfera vivace delle prime riunioni serali della Società psicologica del mercoledì, Freud e un piccolo gruppo di cultori della allora neonata disciplina psicoanalitica iniziano ad interessarsi al bambino, «osservandolo» all'interno di un percorso ricostruttivo fatto dai pazienti, ma ipotizzando anche un suo specifico percorso di sviluppo psicosessuale, che segna una netta frattura rispetto alle impostazioni teoriche e pedagogiche del tempo. A Budapest Ferenczi comincia a formulare una sua originale ipotesi sullo sviluppo infantile, apparentemente nel filone freudiano, ma in realtà molto meno basata sul concetto di pulsione e di libido in particolare. Entrambi, Freud e Ferenczi, si cimentano in una nuova dimensione del sapere e della clinica psicoanalitica: l'«ascolto» del bambino e del suo disagio. Rispetto alla cultura del passato e contemporanea, la psicoanalisi si addentra così nell'immaginario infantile, equipaggiata di un impianto teorico nuovo e in rottura con le tendenze del tempo.
Ma perché e come studiare il bambino? Per la psicoanalisi la continuità che esiste tra il concetto di patologia e di normalità è riscontrabile nella continuità tra bambino e adulto: occupandoci del primo, comprenderemo meglio anche l'altro. Non solo. L'analisi infantile permette di osservare il modo di funzionare della mente proprio del bambino e che può per esempio manifestarsi in epoca adulta sotto forma di primitivi meccanismi di difesa: negazione, introiezione e proiezione, spostamenti tipici del processo primario. L'analisi nei bambini è dunque come un viaggio nel tempo in un'era antichissima, dove soma e psiche hanno molteplici punti di contatto.