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L'«altra» capacità, cui mi riferisco nel titolo, è un'invenzione linguistica, un'espressione che Keats conia nella lettera ai fratelli George e Tom del 21 dicembre del 1817. I due sono partiti per il Devon: Tom è malato, sputa sangue, e George lo accompagna sulla costa in cerca di aria salubre, mentre John rimane a Londra, per preparare per le stampe il suo Endimione - ma appena possibile li raggiungerà. Nella lettera «implora»il perdono dei fratelli per non aver loro scritto prima, e prosegue raccontando di essere andato allo studio di Benjamin West, un pittore americano, a vedere il suo quadro monumentale, storico, La Morte sul Cavallo Bianco: «un bel quadro» lo definisce. Poi però aggiunge: «non c'è niente di davvero attraente - né una donna che si abbia la voglia matta di baciare, né un volto che per la sua intensità sembri reale». E commenta: «L'eccellenza nell'arte consiste nell'intensità - un'intensità tale da far svaporare ogni specie di spiacevolezza, anzi, capace di stringere forte la “spiacevolezza” alla Bellezza e alla Verità».
Compare - vi faccio notare - qui per la prima volta il binomio Bellezza e Verità che tornerà nell' Ode sull'urna greca. Continua con un esempio: «Prendete il Re Lear e capirete che cosa intendo». Anzi, insiste, «vedrete questa cosa qui», e intende la fusione in atto, la metamorfosi in atto di Bellezza e Verità, «accadere in ogni scena». Nel quadro di West invece lo «spiacevole» c'è, sì, ma non trasporta a meditazioni significative o di tale profondità, da assorbire, da annegare in sé il disgusto, la «repulsione» che ispira.
Come vedete, all'idea del bello come ciò che dà «piacere» viene contrapposto un altro vocabolario - e si parla di «intensità»; di sensazioni e percezioni disarmoniche (unpleasant, disagreable, sono le parole che Keats usa - addirittura