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Ci troviamo al limite delle domande scomode e selvatiche che reclamano con forza il bisogno di essere pensate, quando ci chiediamo in quale modo curi la psicoanalisi, e quale sia la natura dei cambiamenti psichici che produce. Ne sono un sintomo le contrapposizioni che hanno animato queste domande: interpretazione vs setting; transfert vs relazione; insight vs esperienza; affetti vs parola. Inevitabile che questo sia accaduto, implicando e chiamando in causa, la questione dell'azione terapeutica, interrelazioni tra i modelli del funzionamento della mente, la clinica e la tecnica che impieghiamo incontrando il paziente. Colpisce, leggendo i contributi pubblicati sul Quarterly del 2007, dedicato al concetto dell'azione terapeutica, la diversità, la ricchezza e la creatività delle posizioni espresse e, d'altro canto, l'inquietante difficoltà nel trovare criteri condivisi e punti di contatto tra tali posizioni. Nel dibattito recente possiamo registrare una decisa attenuazione della contrapposizione tra interpretazione e relazione, e notare come si rifletta ormai sulla compresenza di molteplici modalità e fattori dell'azione terapeutica, così come si pone maggiore enfasi sullo studio dell'interazione tra analista e paziente nel qui e ora (anche se è per noi irrinunciabile la distinzione tra il concetto di interazione e quello riconducibile alla «trama» transfert-controtransfert). Alla ricerca di un minimo comune denominatore, Gabbard e Westen (Int. J. Psychanal., 10-2003) affermano che ciò che deve essere oggetto di cambiamento nel paziente siano le reti associative inconsce.
Riflettendo sull'oggetto del cambiamento e sull'estraneità che ci viene veicolata dal transfert dei pazienti (nonché sulla frequente esperienza di quanto essa sia difficilmente e dolorosamente pensabile), ci torna alla memoria quanto scriveva Bion nel 1978: «Queste cose che chiamiamo “interpretazioni” sono in realtà “congetture immaginative” rispetto alle pagine mancanti». Dove l'accento, più che sul