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L'azione terapeutica è, secondo me, qualcosa di estremamente complesso, che può articolarsi in una infinità di modi e solo in parte può rientrare in una modellistica che ne descriva il funzionamento. Per la maggior parte l'azione terapeutica si svolge in un'area che sfugge a una concettualizzazione. E quand'anche ci si sforzi di descriverla in modo minuzioso, come avviene nei trattati di psicoanalisi, il risultato appare in genere alquanto deludente e schematico.
Ma, nel contempo, l'azione terapeutica è anche qualcosa di estremamente semplice, che attiene alle relazioni umane fondamentali e, nel suo prototipo originario, l'accudimento materno alla neotenia infantile, precede e origina il linguaggio e il pensiero ed è quindi esperienza comune di tutti noi. Tuttavia se, con Winnicott, ci chiediamo come funzioni una madre sufficientemente buona, ci troviamo in difficoltà nel ricercare una definizione adatta ed esauriente. Come tutte le cose fondamentali e originarie non siamo in grado di concettualizzarla in modo completo, ma solo parzialmente descriverla attraverso metafore ed esempi.
Seguendo quest'ordine di pensieri mi limiterò ad approfondire due aspetti particolari dell'azione terapeutica senza avere nessuna pretesa di darne una definizione completa. Vorrei sottolineare il rapporto che l'azione terapeutica ha con la speranza e con la metafora.
Siamo in grado di descrivere con una certa precisione come funziona l'apparato psichico e, in concomitanza, come non funziona; sarebbe a dire siamo capaci di rappresentarci abbastanza bene le sue patologie e possiamo anche illustrare con sufficiente rigorosità il funzionamento della coppia analitica al lavoro, dal