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Un dì si venne a me Malinconia e disse: «Io voglio un poco stare teco»; e parve a me ch'ella menasse seco Dolore e Ira per sua compagnia.
Melanconia è il nome assegnato, in epoche differenti, alla distanza incolmabile tra il soggetto che desidera e gli oggetti del suo desiderio. Da segno di eccellenza nell'antichità a marchio del maligno nel Rinascimento, e infine a malattia, la melanconia da secoli sta ad indicare una ferita profonda nell'armonia del cosmo e nell'armonia del soggetto.
Accanto agli dei tristi, c'è poi la letteratura positiva della melanconia: Aristotele e Platone nel Fedro sostengono che i melanconici sono uomini eccezionali per natura, non per malattia. Da qui deriva l'idea del genio melanconico che si diffonde in tutta Europa, con Marsilio Ficino, esercitando un notevole influsso anche sulla trattatistica psicologica inglese del tardo Rinascimento, come testimonia Robert Burton, nel suo The anatomy of melancholy (1638), dove prevale, però, la riprovazione e la condanna morale.
Nel tardo Rinascimento la melanconia rappresenta la perdita dell'amore divino, pericolosa e colpevole, ad esempio per Teresa di Avila, perché non equivale ad una pazzia vera e propria, piuttosto ad una peste contagiosa, che porta in sé i germi dell'allontanamento da Dio e di una lacerazione che può distruggere l'integrità del corpo e del «microcosmo» individuale.