You do not currently have permission to view the full text for this document. Please sign in to an account with an active subscription or contact support.
Al momento delle sedute che mi trovo qui a ripercorrere, siamo nel secondo anno di analisi di Virginia, una giovane donna di 26 anni, circa un mese dopo l'intervallo estivo. Alla ripresa del lavoro analitico, tornano con maggiore intensità alcuni dei sintomi che avevano determinato la richiesta di analisi. Vissuti di depersonalizzazione e isolamento, momenti di estraneità al suo contesto familiare. Quando Virginia entra in casa, si trova a guardare il marito e Cristian, il figlio di quattro anni, come due persone che la salutano, ma che lei a tratti non riconosce più. Sono come due estranei che lei guarda «con gli occhi ovattati».
Anche il suo corpo le diventa estraneo. In quei momenti tutto perde di senso, tutto diventa stranamente irreale. Virginia, nella relazione con il compagno, si sente prossima a far andare tutto in pezzi.
In altri momenti, i pensieri corrono veloci e caotici e vengono interrotti da flash visivi rapidi ma drammatici e terrorizzanti e lei si immagina di fare del male al suo bambino, di colpirlo, prenderlo a calci.
Teme che queste immagini possano improvvisamente realizzarsi al di fuori della sua volontà e della sua consapevolezza, che possa essere preda di uno stato confusionale e compiere queste azioni, nonostante l'esistenza di un legame di amore e di profonda tenerezza che le è possibile riconoscere tra lei e il suo bambino.
In seduta chiede di essere rassicurata circa l'irrealtà di questi pensieri da cui si sente attraversata. Hanno il potere di far cambiare improvvisamente l'esperienza, da positiva a negativa, senza possibilità di recupero. Come possiamo essere certe che ciò non accada?