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Nell'ormai lontano duemila, recensendo per la nostra Rivista di Psicoanalisi «Nascita e costruzione della mente. La teoria del Protomentale» di Antonio Imbasciati, scrivevo: «Certamente la teoria del Protomentale pone, fra le altre, una domanda che oggi pare ineludibile: affidare il destino futuro della psicoanalisi clinica a modelli ostensivi e convincentemente descrittivi, oppure tentare, come ha fatto Imbasciati, una teoria esplicativa che abbia un potere unificante? Può la psicoanalisi continuare a crescere orfana di una teoria esplicativa o non rischia così una polverizzazione che nel lungo periodo potrebbe indebolirla?» (Brosio, 2000).
Dopo quasi quindici anni questa domanda ancora non è stata recepita, le perorazioni di Imbasciati sono cadute nel vuoto e gli analisti hanno continuato a produrre eleganti e pregevoli descrizioni cliniche della relazione analista-paziente senza avvertire la necessità di costruire, intorno alle osservazioni e ai fatti clinici individuati nelle loro riflessioni, una nuova metapsicologia aderente alle scoperte compiute dal metodo psicoanalitico in questi oltre cento anni di lavoro clinico. E non solo dalla clinica psicoanalitica, ma anche dalle scienze contigue alla nostra che si occupano della mente: le scienze cognitive, la teoria dell'attaccamento e l'Infant Research, le neuroscienze.
Perché? Non è facile rispondere anche se Imbasciati tenta di individuare alcuni fattori: la venerazione per il Maestro e la sua metapsicologia, il fantasma della teoria, lo spirito istituzionale che permea l'organizzazione psicoanalitica, la scarsa preparazione epistemologica degli analisti e aggiungerei la paura del cambiamento. Eppure nei discorsi non ufficiali, nelle occasioni meno paludate, negli scambi informali fra colleghi, si percepisce l'imbarazzo di dover ancorare l'evoluzione straordinaria della nostra clinica a una metapsicologia ormai obsoleta che non ha trovato riscontro all'ipotesi freudiana del supporto biochimico delle pulsioni. Il m