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J.è un giovane spagnolo di 32 anni, a Milano da oltre 5 anni. Lavora nel mondo della architettura di interni, è ancora alle prime armi. Ha un'aria distinta, da principino, dimostra meno dei suoi anni, è molto per bene, gentile e cortese. È seduttivo e seducente, fa tenerezza. Ha chiesto un'analisi per una grande insicurezza, un senso di paura e di isolamento affettivo. Non ha mai avuto relazioni sentimentali, ma solo incontri occasionali.
Sul piano del lavoro è bloccato e inibito.
Si è sempre sentito diverso dagli altri, alieno. Da ragazzino non giocava a pallone, non faceva a botte con i compagni, non andava a caccia di ragazzine. Descrive i genitori come freddi e un po’ distanti, molto per bene, gli dicevano continuamente di cercare di essere come gli altri; pensa che fossero molto scontenti e delusi di questo figlio alieno. Sembra un ragazzino caduto fuori dal mondo degli affetti.
J. in prima battuta mi comunica: «Penso di essere potenzialmente un assassino». Guarda e riguarda film horror, si sente attratto dalle scene di sangue. Spesso fissa le persone e pensa che le ammazzerebbe di botte o si augura che muoiano o che impazziscano. Soprattutto gli uomini. A Milano lavora nello studio di un uomo affermato nel suo campo, lo odia, vorrebbe vederlo morto.
Ma J. ha anche paura di morire, si preoccupa per un raffreddore, quando attraversa la strada usa una cautela che gli sembra eccessiva, guarda a destra e a sinistra… Solo al termine della seduta J. dice frettolosamente: «Poi volevo dirle che sono omosessuale e ho l'HIV».
Cominciamo un'analisi a tre sedute settimanali, J. arriva sempre puntuale e salta raramente le sedute. Secondo la consuetudine iberica, J. chiede