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Èinteressante e merita qualche commento preliminare l'idea di distribuire a diversi psicoanalisti «esperti» un materiale clinico circoscritto con l'intento di suscitare una loro valutazione, che permetta di confrontare modelli, interpretazioni e modus operandi diversi e in eventuale conflitto tra loro. L'analista invitato a fare questo particolarissimo tipo di supervisione non sa nulla né del paziente, né del terapeuta anonimo, se non quanto questi gli ha trasmesso del caso e di se stesso. E neppure al lettore è possibile integrare il testo se non interrogando il testo stesso e la propria reazione di lettore con gli strumenti di cui dispone.
Il gioco che così si produce è serio e avvincente. E tuttavia esistono varie ragioni per considerare con cautela un compito del genere. Le esporrò esaminando e commentando le quattro sedute analitiche «in cieco» del caso di J., un arredatore di interni di trentadue anni, di madrelingua spagnola, al suo terzo anno d'analisi.
Il racconto clinico ci introduce in medias res. Cosa sappiamo di J.? Diverse cose, e insieme troppo poco. Sappiamo poco o nulla della vita e dei vissuti di questa persona, ma neppure dei precedenti anni di analisi. Ne sappiamo ancora meno del narratore, il quale forse non conosce molto più di quanto ci dice del passato infantile e post-infantile del paziente, ma certamente potrebbe dirci cosa è accaduto nei tre anni precedenti di analisi. Il resoconto scritto che viene proposto -quattro sedute in immediata successione - è inoltre volutamente molto sintetico, poco più di mezza pagina per seduta, più un preambolo sommario.
Del narratore anonimo sappiamo che è una analista patentata. Parlandoci del paziente, di come lo vede e lo percepisce, essa parla implicitamente anche di sé.