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Voglio premettere che se questo resoconto clinico mi fosse presentato in supervisione o in occasione di un seminario, prima di avventurarmi in ipotesi interpretative, farei una serie di domande volte a capire meglio la dinamica transfert-controtransfert, l'atmosfera delle sedute e poi chiederei ulteriori notizie anamnestiche riguardanti i genitori del paziente e la madre in particolare, e poi attraverso quali vie J. è arrivato in analisi, ecc.
Non lo posso fare e quindi mi rassegno al fatto che le mie riflessioni rischiano di essere un salto nel buio, senza la possibilità di raddrizzare immediatamente il tiro attraverso domande di chiarimento rivolte alla collega (chi commenta ha capito chi sia l'analista) che presenta il caso.
Userò il testo, quindi, solo come spunto per farlo dialogare con le mie esperienze cliniche e le mie conoscenze della letteratura psicoanalitica. I miei commenti si riferiranno a quanto ho pensato nel leggere questo resoconto, alle ipotesi metapsicologiche che ho fatto, e non coincidono, pur essendone il presupposto, con le interpretazioni che eventualmente si sarebbero potute fare in seduta, che avrebbero avuto bisogno di valutare il timing, il possibile effetto sull'analizzando, eccetera.
La questione del controtransfert è la prima riflessione che mi si impone. Anche se non volessimo essere d'accordo (cosa un po’ improbabile) con chi afferma che «il controtransfert precede lo sviluppo del transfert, tanto da essere la condizione essenziale perchè possa aver luogo qualsivoglia elaborazione del materiale prodotto dal paziente» (Green, 1990, 61), non possiamo negare che i casi difficili sollecitano maggiormente reazioni controtransferali e queste sono indispensabili strumenti per l'indagine psicoanalitica. Se a questo si aggiunge