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Precede, ilconcetto di rappresentazione in Freud, la nascita della psicoanalisi, poiché ha un ruolo cardine nel suo periodo neurologico. E continua ad averlo nelle sue prime teorizzazioni cliniche e teoriche, quando affronta l'isteria e costruisce il suo modello topografico riflettendo sul lavoro onirico. Rappresentazione e affetto costituiscono infatti, per circa tre decenni, le dimensioni portanti della sua ricerca teorico-clinica. La rappresentazione andrà incontro a una declinazione particolare con ilconcetto di fantasia inconscia nella scuola kleiniana, così come il simbolismo troverà una sua «temporalizzazione» con il concetto di oggetto transizionale, punto di origine nel tempo del simbolo dal punto di vista dello sviluppo psichico del bambino.
La rappresentazione è, in definitiva, uno dei mattoni del nostro funzionamento psichico e del nostro pensiero, o meglio del pensare. E, nonostante i contributi di Bion, ci coglie un lieve senso di smarrimento quando proviamo a definire cosa intendiamo con l'espressione «pensare». Soprattutto se mettiamo da parte ciò che da secoli è oggetto e strumento della filosofia, e anche quanto da decenni è oggetto delle ricerche sperimentali del cognitivismo, cioè quando tentiamo di definire e studiare psicoanaliticamente il pensiero. Esso è, in Freud, un'azione di prova ed è strettamente associato all'imbrigliamento delle carichepulsionali. In un diverso linguaggio è quell'attività che addomestica qualcosa di selvatico che potrebbe transitare nella nostra mente. E che non riuscendo a trovare ospitalità in essa va ad abitare il nostro corpo, i nostri comportamenti, nonché lo spazio che ci circonda. Il pensare, inoltre, evoca immediatamente le dimensioni della metabolizzazione, della crescita, del cambiamento, della creatività.
Da alcuni decenni siamo ormai consapevoli che, accanto ad un lavoro sulle e con le rappresentazioni, dobbiamo attrezzarci a fare un lavoro su queifunzionamentipsichici che non sono ancora in grado di produrre