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In una recensione per la Rivista di Psicoanalisi del libro Unrepresented States and the Construction of Meaning. Clinical and Theoretical Contributions (2013), commentavo come la discussione sugli «stati non rappresentazionali» della mente mancasse di un preliminare chiarimento sul termine «rappresentazione», uno dei termini più frequenti nella psicoanalisi e nelle scienze della mente, il cui uso avrebbe richiesto una disambiguazione.
Disambiguare vuol dire sciogliere alcune ambiguità presenti nei linguaggi per loro stessa caratteristica ridondante. In questo caso un'ambiguità di carattere lessicale-semantico, per le stratificazioni dei significati del termine nel transito attraverso differenti campi di sapere. Disambiguare «rappresentazione» intanto come «rappresentazione mentale» significa ricostruire gli spostamenti dei suoi significati, dalla filosofia alle attuali scienze della mente, ma anche restituire il termine alla sua storia, mentre lo si declina nelle diverse accezioni del presente.
Mentre posizioniamo questo termine nella storia della psicoanalisi, siamo anche sollecitati da alcune esigenze emerse nella clinica post-Freudiana.
L'allargamento progressivo degli ambiti applicativi della psicoanalisi, a partire dagli anni Trenta in poi, in Europa e negli Stati Uniti, e le sempre più ampie varietà psicopatologiche, anche gravi, che si rivolgevano alla psicoanalisi (Stone, 1954), hanno fatto emergere una clinica esorbitante dall'ambito dei conflitti edipico