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Come molti di voi, suppongo, conoscevo Beckett solo attraverso i suoi lavori per il teatro. Qualche anno fa mi recai a Perugia per visitare una mostra dal titolo Teatro del sogno. Da Chagall a Fellini - richiamo irresistibile per uno psicoanalista. Infatti non solo il sogno fu indicato da Freud come «via regia» per l'inconscio, ma con l'emergere del paradigma bioniano nella psicoanalisi contemporanea si assiste ad un rinnovato interesse per l'onirico, esplorato nelle sue varie declinazioni. Il sogno notturno, certo, ma anche il pensiero onirico della veglia, le rěverie diurne e gli stati immaginativi, tutte dimensioni della mente originate da un incessante processo di trasformazione di sensorialità grezza e proto-emozioni in immagini, secondo il modello bioniano della «funzione α».
La mostra di Perugia indagava la rappresentazione del sogno nell'arte del ′900, percorrendo il secolo della psicoanalisi con gli artisti che nelle loro opere avevano cercato di rendere l'impressione di disorientamento, incongruenza ed enigmaticità propria della visionarietà onirica, quella particolare qualità dell'esperienza mentale che aveva fatto dire a Freud che «il sogno è come una psicosi, con tutte le assurdità, le allucinazioni, le illusioni di una psicosi» (1938[1940], 599) - di breve durata però, si affrettava ad aggiungere. In quel confuso ed erratico flusso di immagini, lo strumento psicoanalitico mira scoprire il senso profondo, i contenuti di verità personale, i dati emotivi che presiedono alla messa in scena notturna, di cui la psiche di ogni dormiente è regista, interprete e sceneggiatore.
Il percorso espositivo si snodava tra quadri, istallazioni, video, film, includendo dunque tra i linguaggi espressivi anche il cinema, il cui dispositivo di