You do not currently have permission to view the full text for this document. Please sign in to an account with an active subscription or contact support.
In questo lavoro intendo partire da brevi considerazioni su alcuni elementi qualificanti del mio modello di riferimento, quello di campo analitico, per mettere in evidenza quali possono essere i più comuni «effetti collaterali» di tale approccio.
Le varie e imprevedibili esperienze che ci troviamo a fronteggiare nel percorso, mai finito, della nostra formazione ci portano a scelte teoriche e tecniche che definiscono il nostro stile analitico. Riflettere sui punti deboli del nostro modello è uno dei modi di fare manutenzione di noi stessi.
Parto dal presupposto che non esistano modelli perfetti, che solo la conoscenza degli aspetti critici più frequenti del nostro modo di lavorare ci possa consentire di avvertirne l'insorgenza per tempo.
Dalle prime teorizzazioni dei Baranger (1961-62) ai contributi degli autori italiani (Corrao, 1986; Bezoari e Ferro, 1992, 1997; Riolo, 1997; Di Chiara, 1997; Chianese, 1997; Gaburri, 1997; Ferro, 2002, 2009; ; Civitarese, 2014), a modelli bi-personali con caratteristiche diverse (Ogden, 1994; Grotstein, 2007, Boston Change Process Study, Group 2012), il modello di campo è stato declinato dai vari autori in maniera diversa. Sicuramente la prospettiva è stata quella di un modello bi-personale con un analista tendenzialmente immerso nella relazione analitica.
Anche se l'analista è in un assetto mentale sufficientemente buono, bisogna considerare le possibili conseguenze dell'umana imperfezione di ognuno di noi. Gli effetti dei nostri interventi possono non essere quelli sperati non solo per un'errata valutazione da parte dell'analista ma anche perché l'unicità del paziente e il