You do not currently have permission to view the full text for this document. Please sign in to an account with an active subscription or contact support.
Freud diffidava della filosofia: la riconduceva a un atteggiamento totalizzante, a una volontà di saturazione, all'illusione che sia possibile fornire un'immagine del mondo coerente e priva di lacune. Un'illusione destinata ripetutamente ad infrangersi, e che fa apparire non ingiustificata la canzonatura del Poeta che dice del Filosofo: «Con le sue pezze e le sue toppe // tura le lacune nella struttura dell'universo».1 Heidegger provava un'ammirazione sconfinata per alcuni pensatori, come Platone, Aristotele, Hegel, a cui si potrebbe riferire la critica di Freud. Tuttavia egli ha sottoposto la tradizione dell'Occidente a una rivisitazione decostruttiva, condotta con tale profondità e rigore da suggerire l'opportunità di mettere le virgolette intorno a «filosofia» nel momento in cui si vuole utilizzare questo termine per indicare la tradizione dominante. Tutto ciò non implica che un dialogo tra Freud e Heidegger sia facile; a un primo sguardo, emergono distanze che possono sembrare invalicabili: da un lato, una teoria imperniata sulle divisioni del soggetto, sui meccanismi del desiderio, sull'inconscio; dall'altro, un pensiero orientato sin dall'inizio verso il problema dell'essere, e che quando affronta la dimensione del linguaggio, e l'analisi di testi letterari, procede in una maniera che appare abissalmente lontana da quella di Freud. Ma, una volta riconosciuta