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Lacrime, rossore, dolore: né qualcosa di somatico, né qualcosa di psichico.
Ne è passato di tempo da quando lo psichiatra e psicoanalista Medard Boss commentava l'esperienza inaugurale dell'incontro tra il pensiero di Martin Heidegger e la psicoterapia con queste parole: era come se «un marziano avesse incontrato per la prima volta un gruppo di abitanti della terra e volesse intendersi con essi» (1987, 30). Così, in effetti, doveva apparire l'analitica dell'esserci a quel pubblico di medici, psichiatri e psicoanalisti che Boss radunava alla fine degli anni Cinquanta a casa sua per ascoltare l'insegnamento del più importante e controverso filosofo tedesco. Il quale, a sua volta, nelle parole di Boss: «vedeva [in questi incontri] la possibilità che le sue idee filosofiche non fossero nascoste solo nelle camere dei filosofi, bensì potessero tornare a vantaggio di molti più uomini, e soprattutto anche di quelli bisognosi di aiuto» (1987, 27-28).
Non si trattava soltanto dell'incontro tra due persone o tra due discipline, ma della scommessa che si potesse aprire qualcosa di inedito, in cui le tradizionali distinzioni tra teoria e prassi, tra speculazione e azione, e anche tra mente e corpo, potessero essere rovesciate e altrimenti oltrepassate. Si trattava di creare le condizioni