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Per Zeljko Loparic
Alla fine della guerra Martin Heidegger è, secondo le sue stesse parole, un uomo finito (Safranski, 1996, 367).1 Quale può essere infatti il posto di quest'uomo, destinato a uno straordinario avvenire e che ora, su richiesta del senato della sua università, è interdetto dall'insegnamento e sospeso dalle sue funzioni? Nel febbraio del 1946, nel corso di un interrogatorio sui suoi coinvolgimenti passati, Heidegger crolla. Viene allora accolto da Victor von Gebsattel, medico vicino a Ludwig Binswanger, a Badenweiler. Interrogato su come Gebsattel lo avesse curato, Heidegger risponde semplicemente: «Egli cavalcava con me attraverso le nevi della foresta invernale. Non ha fatto niente altro. Ma mi ha aiutato come uomo. E dopo tre settimane, sono ritornato a casa guarito» (Safranski, 1996, 368). Nonostante la sua brevità, questa dichiarazione dice forse più di quanto si potrebbe pensare, su come Heidegger considera la relazione tra medico e paziente: essa deve essere prima di tutto una relazione da uomo a uomo, tale che uno vada in aiuto dell'altro e lo accompagni nel suo sforzo di ricostruzione. Non è questione di divano o di ascolto fluttuante, di transfert o di contro transfert, di resistenza o di rimozione.