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Il tema dell'identità è così accidentato e complesso da far dire a Coppo (2003, 133) che è meglio «limitarsi a discorrervi e circolarvi intorno» piuttosto che esprimersi su di essa in modo definitivo. Proprio questo non esprimersi su di essa in modo definitivo o troppo saturo, ci sembra sia uno degli obiettivi del bel libro di Alfredo Lombardozzi, che raccoglie una serie di saggi scritti tra il 2006 e il 2013, a partire da un vertice psicoanalitico e antropologico ma con sconfinamenti in altri territori del sapere: letteratura, poesia, filosofia, biologia…
L'Autore, nella ricchezza dei suoi riferimenti culturali, ci mostra il suo dialogo serrato e appassionato con i suoi autori di riferimento: Freud, Bion, Winnicott, Kaës, Corrao e Kohut tra gli psicoanalisti e, tra i numerosi antropologi, Remotti, Lanternari e De Martino, a cui sono dedicati gli ultimi capitoli del libro e rispetto ai quali, in tema di identità, Lombardozzi si sente certamente debitore.
Non sarà possibile in questa sede commentare tutto il materiale raccolto nel libro, potremo solo, per ragioni di spazio, limitarci a qualche parziale commento.
Già la scelta del titolo, che pone l'accento sull'imperfezione, sembra sia funzionale ad attribuire al concetto di identità, forse comunemente abusato, la possibilità di un'apertura nei confronti della diversità e dell'alterità e non di una loro espulsione. L'Autore critica, come Remotti, una nozione di identità che comporti un'eccessiva compattezza interna e che finisce per collocare l'alterità nel campo del nemico (XX).
Infatti, a parere dell'Autore, come per Francesco Remotti (2015), «l'identità non è un oggetto storico. È un oggetto mentale, un parto della mente, un'invenzione, che può avere conseguenze storiche reali» (48). È per tali ragioni che Lombardozzi fa suo, fin dall'Introduzione (XXI), «l'allarme di Remotti sui rischi che si corrono con un richiamo eccessivo all'identità». Questione che torna ad affrontare nel capitolo «Timori e speranza dell'identi