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Nel leggere questo libro, si resta subito colpiti dalla capacità dell'Autrice, di unire chiarezza e lucidità espositiva, un equilibrio armonico di illustrazioni di idee anche opposte e divergenti, con una passione, trattenuta ma potente, che permea di sé tutta l'esposizione e conferisce al libro un calore insolito in pubblicazioni di tipo scientifico.
Il primo carattere, cioè l'equilibrio espositivo e la voce che attribuisce a tutte le posizioni, si coglie nella precisione dei temi, nell'architettura complessiva, nel desiderio dell'Autrice di non tacere sui punti con cui non concorda, ma di trattarli con una posizione dialogica, che dà a ognuno il suo, senza mai rinunciare al proprio punto di vista.
Si coglie anche nella ricchissima bibliografia, che spazia dal trauma collettivo a quello individuale, dall'ambito sociologico a quello psicologico, su un fondo di riferimento psicoanalitico, che fa da base e sostegno a tutto il discorso.
Ma il secondo punto, la passione, si coglie già dal titolo, che in modo insolito, avvicina due termini provenienti da ambiti di pensiero diversi (appunto trauma e perdono) e poi dal tono del discorso, che valorizza, nella posizione psicoanalitica, un tratto di fondo di testimonianza dell'avvenuto, e quindi coniuga una significativa e protettiva distanza nel setting, con una viva partecipazione al fatto che ogni individuo è profondamente segnato dal suo passato, dal modo con cui gli eventi lo hanno colpito e trasformato.
Le fantasie, che inevitabilmente ognuno produce intorno alla propria esperienza reale, non possono non strutturarsi intorno a un nucleo di realtà, nucleo ineliminabile, trascurare il quale, fa perdere alla analisi una dimensione fondamentale, che non esiterei a definire etica.
Intendo qui per etica, non la pericolosa e mai troppa biasimata tendenza a depositare nel paziente modi di pensare specifici dell'analista, ma la tensione sempre vigile verso la verità, intendendo per verità la consistenza degli eventi e la traccia che