You do not currently have permission to view the full text for this document. Please sign in to an account with an active subscription or contact support.
Settant'anni fa, nella primavera del 1945, l'Italia era finalmente libera dal nazi-fascismo; finiva la campagna militare degli Alleati e finivano i venti mesi di lotta partigiana. Alla guerra fra eserciti si era affiancata, come in tutta l'Europa occupata, una guerriglia fatta da volontari. Proverò a sviluppare, in questo mio scritto, alcune riflessioni sull'esperienza del partigiano, poiché, quando gruppi di uomini e donne si organizzano per contrastare chi li sta privando della libertà,1 tutto ciò acquista un valore psichico di particolare rilievo; si tratta di un'azione intenzionale che interroga lo psicoanalista, sia per il significato esistenziale che in essa prende vita, sia per i contenuti inconsci legati all'amore, all'odio e alla colpa che a essa sottostanno. Ho studiato gli scritti autobiografici e le interviste in video di molti partigiani, uomini e donne, di quelli che salirono in montagna e di quelli che restarono clandestini nelle città. In molte di queste memorie ho intercettato, esplicitamente o implicitamente, un tratto comune precipuo: la scelta di resistere fu collegata con il bisogno di «esistere attraverso l'azione», per cambiare la realtà esterna e, al tempo stesso, la propria realtà interiore. Questo è valso per molti uomini e per molte donne che hanno partecipato alla lotta.2 Stiamo