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Il presente studio si basa non solo sulla mia esperienza psicoanalitica, ma anche su quella psichiatrica. Chiamata a curare la violenza, la psichiatria è essa stessa una disciplina che ha praticato forme di violenza autorizzata e regolata nei suoi ampi margini di licenza dalla società e dalla legge. Questo va ricordato e premesso per giustificare qualche aspetto del discorso che segue. Un discorso in cui ho deliberatamente ridotto al minimo i riferimenti all'enorme bibliografia psicoanalitica anche recente su questo tema, e anche a una interessante letteratura psicotraumatologica molto varia (vedi, per esempio, AA.VV., 2004), limitandomi a tratteggiare un quadro generale e essenziale, disposto ad accogliere questi sviluppi, senza perdermi negli innumerevoli rivoli di un dibattito teorico e clinico che resta in ogni caso di grande interesse.
Vorrei, a mo' di citazione iniziale, rievocare il frammento di un dialogo che mi sembra introdurre con molta precisione ai problemi di una psicotraumatologia e di una vulnologia analitica.
Si tratta di una citazione che estraggo da un romanzo e non da un dialogo clinico. È il momento in cui Katerina Ivanovna dice al suo ex amante Dimitri Karamazov: «Che tu mi perdoni o no, rimarrai sempre una ferita nella mia anima, per tutta la mia vita - e io nella tua - così deve essere».
Ecco un passo particolarmente indicativo de I fratelli Karamazov sul tema delle «ferite dell'anima,» che precede di circa un ventennio la nascita della psicoanalisi, una disciplina che attribuirà alle ferite dell'anima il compito di spiegare una