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Nel 1984, con Il linguaggio nella psicoanalisi, André Green propone la sua concezione psicoanalitica del linguaggio. Il rapporto del setting analitico con il linguaggio e la terzietà è il filo conduttore di una sua argomentazione sul ruolo del setting nell'induzione del processo di metaforizzazione della parola. Egli conduce la sua riflessione con due proposizioni. La prima considera il linguaggio come un dispositivo, un «analogon artificiale dell'apparato psichico, una conversione di quest'ultimo, unificante, omogeneizzante e vettorializzata» (Green, 1984, 129). La seconda definisce il setting un apparato psicoanalitico la cui funzione «ha per scopo la trasformazione più spinta possibile dell'apparato psichico in apparato del linguaggio e viceversa» (1984, 115). Queste definizioni del linguaggio e del setting si inscrivono nella sua «teoria della triangolazione generalizzata a terzo sostituibile,» in primo luogo perché la simbolizzazione del setting «è simbolizzazione della struttura inconscia del complesso edipico, che l'apparato psicoanalitico fa parlare» (1984, 120), ma anche perché il setting analitico porta in sé la possibilità di far sì che si realizzi «l'altro dall'oggetto, il terzo analitico, l'oggetto analitico che non è né interno né esterno, ma tra l'analizzando e l'analista» (1984, 119). Una delle espressioni di questo «altro dall'oggetto», che si realizza nel setting analitico, risiederebbe nella creazione dei