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Bambini e adolescenti migranti: una tela di ferite, strappi e bruciature come nei quadri di Burri
The trauma of painting è il titolo della recente retrospettiva di Alberto Burri al Guggenheim Museum di New York: un'articolata esposizione di opere capaci di evocare il dolore di ferite difficili da riparare, separazioni e lutti impensabili, bruciature di una guerra interiore. Sono queste le immagini che si associano alla lettura del contributo di Virginia De Micco sul trauma di bambini e di adolescenti migranti, che conservano sulla pelle tracce di una lotta quotidiana tra integrazione e nostalgia. Un dramma in parte consegnato inconsciamente loro dai genitori, attraverso grumi di dolore non elaborato e che si trasmette attraverso le generazioni come un'eredità che non si può rifiutare.
De Micco analizza diversi aspetti del trauma, quasi a ricercarne una vera genealogia. Come la marginalità, non solo dovuta ad una lontananza geografica dai luoghi di origine, ma anche alla perdita della capacità materna di essere porta-parola della cultura originaria.
O come la rabbia che diventa «tigrosa» nel pensiero di un bambino. E la tela di sacco di Burri, unta, incatramata, lacera e priva di luce diventa l'emblema della marginalità dove non vi è alcuna rappresentazione figurativa, dove il colore non è colore e la lacerazione è annidata nella materia stessa. Quasi a suggerire che il trauma di chi ha abbandonato la propria terra natale non sta solo nella difficoltà di conservare la trama delle tradizioni o della lingua, ma nel fatto che questa base per le rappresentazioni si usura, perde colore e senso: perché spesso perde la connessione con l'uso quotidiano che la rende viva e significante.
Quando l'autrice racconta di come talvolta i bambini di seconda generazione desiderino conoscere i luoghi da cui provengono i genitori ed incontrare i loro antenati, ma poi, se ne hanno l'occasione, non riescono a riconoscerli come luoghi e persone famigliari, né come luoghi e persone completament