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Paola Molone ci ha lasciato, il 18 febbraio. Il cestello con i peperoncini rossi è ancora lì, nella mia cucina, a ricordarmi il gusto di Paola per i sapori autentici, la sua sapienza profonda e il suo tocco elegante. Paola era abitata da una emotività ardente e viva, che la metteva rapidamente in contatto con chi le stava accanto; preferiva l'atmosfera quieta dei piccoli gruppi a un ambiente più vasto, si rammaricava a volte di non essere sciolta nell'esprimersi in pubblico. Ma, quando parlava, nelle sere al Centro di Milano e nei tanti gruppi ai quali aveva partecipato, le sue parole venivano da lontano e portavano con sé la scia di studi classici profondi, della passione con cui praticava il mestiere di psicoanalista, dell'interesse vero per l'umanità. Aveva fatto il liceo classico al Parini di Milano, dove si era trasferita provenendo dalla sua Toscana: a Firenze era nata e per qualche anno aveva vissuto a Livorno. Aveva portato con sé l'accuratezza della lingua e un rigore gentile sia nell'esprimersi, sia nello scrivere. Amava profondamente la sua terra d'origine e la sua casa alla Merlotta, vicino a Lucca, dove passava ogni momento libero, tessendo affetti con la famiglia e con gli amici, contemplando le sue rose e i suoi limoni.
A Milano aveva fatto il suo training di psicoanalista, lavorando per vent'anni nelle istituzioni pubbliche, prima all'Ospedale Psichiatrico Provinciale Paolo Pini e successivamente nei servizi territoriali della Regione (come membro dell'equipe del Centro Psicosociale 5), con compiti di consultazione e psicoterapia a orientamento analitico. Parlava con fierezza di quel periodo e aveva continuato nella sua pratica privata a affrontare con coraggio e senza risparmiarsi le situazioni più complesse. Si era interessata dal punto di vista teorico e clinico del setting, dell'assetto mentale dell'analista, dell'approccio relazionale in psicoanalisi. Insieme ad alcuni colleghi con i quali aveva lavorato per molti anni in un gruppo di studio, ave