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Nel corso del trattamento analitico «noi nuotiamo o affoghiamo in un oceano di azioni, vi siamo immersi anche quando sembra che non succeda nulla di eccezionale», afferma Greenberg (2012), e questo concerne sia il paziente che l'analista: il paziente comunica, oltre che con le parole, anche con la postura, i movimenti, il tono di voce, l'azione; a sua volta, l'analista «fa» molte cose: apre la porta, saluta, (non) dà la mano al paziente, fa comunicazioni pratiche; in tali circostanze gli rivela inevitabilmente qualcosa del suo stile e palesa, consciamente o meno, aspetti di sé che il paziente recepisce e che si uniscono agli elementi transferali nel comporre quel complesso mosaico che è la rappresentazione (conscia e inconscia) che il paziente ha dell'analista nel seno della relazione analitica. Anche solo il ritenere o meno che ci sia qualcosa da interpretare rientra nel campo del «fare» e anche nelle «interpretazioni» si possono esprimere importanti quote di «agito» (Turillazzi Manfredi, 1978). D'altra parte, le parole non hanno solo una valenza espressiva ma anche una dimensione pragmatica; e del «parlare» fanno parte integrante non solo il contenuto delle parole, ma anche l'intenzione con cui le si pronuncia, il tono, le pause, le accentazioni, la prosodia.
Com'è noto, pur senza escludere che l'agire potesse costituire anche un'occasione di recupero di materiale inconscio rimosso, Freud ha utilizzato il termine