You do not currently have permission to view the full text for this document. Please sign in to an account with an active subscription or contact support.
Nella mia pratica clinica mi è capitato di sperimentare dinamiche analitiche con persone precocemente esposte ad esperienze traumatiche, la cui analisi potrebbe dirsi riuscita se si valuta come esse vivono la loro esistenza oggi rispetto a quando avevano cominciato il loro percorso analitico. Una forma di silente malinconia dominava la loro vita, spesso si trattava di una sofferenza «privata». Winnicott (1953), pensando a questi pazienti, direbbe che è molto probabile che le persone che si mettono in contatto con loro non riconoscano quanto esse si sentano malate e che, di solito, si tratta di persone ben accettate e ritenute di valore.
Lo scopo di questo scritto è riflettere sulle dinamiche analitiche relative a fasi molto inoltrate di queste analisi: mi focalizzerò solo su alcuni momenti relativi all'argomento che desidero approfondire. Il primo coincide con l'inizio fiducioso nella ri-costruzione, non solo in senso storico, ma soprattutto come ri-composizione e valorizzazione dei Sé, funzioni che percorrono l'analisi in tutta la sua durata; lentamente, nell'analisi si innesta l'emergere dell'area della disillusione, cioè si esplicita, in maniera sempre più netta, la consapevolezza di un impossibile ulteriore cambiamento perché, come vedremo, il solo cambiamento possibile (o pensabile dal paziente) riguarderebbe la realtà come essa è stata; così ci si avvia ad un commiato con un senso di rammarico.