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«[…] ci rendiamo conto di dover desistere dal tentativo di attuare il nostro piano di guarigione con gli psicotici. Forse dobbiamo desistere per sempre, o forse solo per un po', fino a quando non avremo trovato un piano diverso, più adatto a loro».
Così Freud (1938, 600). Ma quel dover desistere, ripetuto due volte, non gli impedisce di smentirsi poche righe dopo e di interrogarsi dapprima sulle cause della psicosi e poi sulla scissione dell'Io, quel costrutto cui aveva assegnato un ruolo centrale in Lutto e melanconia e messo a punto con la svolta degli Anni Venti.
Sebbene non parliamo più di guarigione, concetto peraltro mutato anche nel campo della medicina, abbiamo raccolto il testimone. K. Abraham (1912) per primo, e molti altri dopo, non hanno desistito dalla ricerca sui funzionamenti psicotici e di piani diversi, più adatti per avvicinarli e trasformarli. Penso a Bion (1965, 1967) con la dialettica tra personalità psicotica e personalità non psicotica, a Winnicott (1971) con Fear of breakdown, concetti che, lungi dal tracciare linee di confine tra ciò che è psicotico e ciò che non lo è, hanno aperto aree di comunicazione tra i nostri possibili livelli di funzionamento. Alla ricerca sull'adolescenza e il breakdown che offre aperture analoghe. A Searles (1965) e a Racamier (1970) che hanno esercitato notevole influenza anche sulla clinica psichiatrica.
E mentre alcuni parlano di scarso interesse e scarsa pregnanza della psicoanalisi per l'area delle psicosi, e parte della psicoanalisi in particolare nordamericana sembra aver stabilito nuove «colonne d'Ercole» nei disturbi di personalità, apprendiamo dal PEP che solo tra il e il sono stati pubblicati un centinaio di contributi tra articoli, recensioni, interventi ai forum, che trattano temi teorici, metodologici, clinici e tecnici, presentano ricerche empiriche (poche in verità), dialogano con le neuroscienze, le scienze cognitive, le scienze biologiche, la psichiatria.