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La terapia con gli psicotici ci interroga sulla «sorgente originaria della vita e sulle rotture di quella sorgente, come sulle rotture del dialogo tra me e me e di quello con gli altri», così un'analizzanda il giorno che tornò a pensare sul suo episodio di depressione psicotica. Ci convoca al confronto con le tracce più inafferrabili di quelle inscrizioni inconsce, come pure di quelle fratture precoci della relazione madre-bambino che possono sconvolgere o bloc-care i primari processi di soggettualizzazione e differenziazione. O, per dirla con Winnicott [(1945) scrisse il saggio Lo sviluppo emozionale primario proprio a partire della sua esperienza con gli psicotici e i bambini] ci convoca al confronto con le fratture dei primitivi processi di integrazione, personalizzazione, costruzione del Sé in relazione con l'altro, con le forme più severe di paura del crollo che è già avvenuto, le angosce non pensabili che chiamò agonie primitive (Winnicott, (1971). Il crollo già avvenuto che Ogden (2014), nella sua recente «riscrittura» del lavoro di Winnicott, fa risalire alla relazione primaria, e viene registrato come evento accaduto ma non sperimentato.
Aggiungerei – e penso alle evidenze cliniche e alle teorizzazioni sulle inscrizioni inconsce non rimosse e sulle trasmissioni inconsce tra generazioni – che può trattarsi di eventi accaduti ancor prima della nascita biologica del soggetto, quando egli debba albergare in sé, ad esempio, un crollo inelaborato appartenente alle generazioni precedenti.
La paura del crollo riguarda anche l'analista nella relazione di transfert-controtransfert, che può comportare empasse tenaci oppure – quando riusciamo ad utilizzarla – permettere la trasformazione «dal breakdown al breaktrough» (Bergstein, 2014).