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Avevo appena concluso analisi e specializzazione quando fui assunta come psichiatra nel SSN. Si era nel mitico '78 e poche settimane dopo sarebbe esplosa quella riforma psichiatrica che tutti noi avevamo auspicato; fu così che, fresca di assunzione, mi trovai proiettata in un lavoro entusiasmante ma molto difficile.
La chiusura dei manicomi sanciva l'inutile crudeltà della reclusione e metteva sul tappeto il problema della psicosi, un problema che mi trovai tutto addosso dato che dovevamo fronteggiare in pochissimi operatori una richiesta di aiuto enorme e disperata.
Tra le tante richieste difficili che arrivavano al CIM era per me particolarmente penoso affrontare quegli interventi domiciliari finalizzati a «convincere» un paziente (in genere delirante, terrorizzato e barricato nella sua stanza) a farsi curare. Tutto quello che avevo compreso grazie alla mia analisi si ribellava a quegli interventi violenti: cercare di forzare la disponibilità dei pazienti con la seduzione («io ti salverò») o la con la minaccia (farmaci, ricovero…) significava violare la barriera delle difese, quel confine fragile e prezioso che, tanto più in un paziente grave, andrebbe tutelato e protetto.1
È in questa situazione altamente critica che cominciai a sperimentare «la psicoanalisi senza il paziente».