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Se Dio esiste, dovrà chiedermi scusa
Tre film apparsi recentemente nelle sale in contemporanea, a inizio , si sono involontariamente uniti nella mia mente stimolando una riflessione comune: l'insuperata tragedia dell'Olocausto, la necessità della Memoria, la tentazione sempre in agguato del negazionismo (storicamente e collettivamente) e della negazione, suo correlato psichico individuale,
Il figlio di Saul, dell'esordiente ungherese László Nemes (Gran Premio della Giuria al Festival di Cannes del ); Remember di Aton Egoyan, di produzione canadese-tedesca e Il labirinto del silenzio, forse il meno noto fra i tre, anch'esso tedesco ma diretto dall'italiano Giulio Ricciarelli e presentato in anteprima al Toronto Film Festival del 2014, rappresentano tre tentativi estremamente riusciti, a mio avviso, di rivedere e affrontare con cifre stilistiche e narrazioni differenti, ma ugualmente avvincenti e originali, il comun denominatore della tragedia del Novecento e del suo riverbero nella mente di chi l'ha vissuta, di chi è sopravvissuto o di chi l'ha documentata. Vista l'enormità dell'argomento, in questo lavoro non entrerò in merito alla Storia, per soffermarmi solo sui film e il loro legame, una nota sul cinema, e la breve riflessione psicoanalitica che hanno suscitato in me.
Rivediamoli brevemente. Il figlio di Saul ci conduce all'interno di uno degli stermini più silenziosi e meno raccontati, anche cinematograficamente, quello