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Questo libro, scritto da un'autrice che è al tempo stesso psicoanalista, critico letterario, conduttrice da vent'anni di workshops di scrittura per clinici, stupisce per freschezza e profondità, emanando un sapore di entusiasmante novità.
Sorprendentemente, il testo è una guida teorico-pratica che esplora, con estrema competenza e passione, la difficile via della traduzione in parole del tanto vissuto, patito, sognato in seduta. Nelle parole di Franca Munari (2014, 947), «il movimento necessario al prodursi del processo di scrittura è quello di traslocarsi ad abitare una forma, o più forme contemporaneamente, di sogno ad occhi aperti».
Eppure, sappiamo quanto penoso questo trasloco possa essere. Non è solo questione di spostarsi da un luogo ad un altro, ma essere capaci di animare lo scritto dell'anima del precedentemente vissuto. Suzi Naiburg, affascinata dal potere della parola, da ciò che la parola può fare, sembra muoversi agevolmente nell'esplorazione dell'arte dello scrivere – prevalentemente clinico – con la giocosità creativa di una bimba e la dotta sapienza di uno scienziato che non lascia nulla al caso. Le parole, se le si ama e se si ha la pazienza di scandagliarne i segreti, posseggono un enorme potere, quello, per esempio, di organizzare l'esperienza e renderla comunicabile, ma soprattutto ri-partecipata dal lettore.
Fin dalle prime pagine, veniamo introdotti alla terminologia letteraria che distingue i diversi stili in cui uno scritto clinico può essere presentato: narrativo, evocativo, enactivo, lirico-narrativo e paradigmatico. Ognuno di questi diversi modi costruisce mondi, usando sue proprie regole e mezzi espressivi. Infatti, se lo stile paradigmatico opera estrapolando concetti teorici dall'esperienza, quello evocativo lavora utilizzando suggestioni e suggerimenti. Gli altri, invece, creano l'illusione di riaprire il momento presente per essere vissuto di nuovo.
Forse, però, l'aspetto più coinvolgente per il lettore, psicoanalista e psicoterapeuta, è