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Bleger è un anticipatore. La lettura di questo libro ne è una riprova. Ad un primo passaggio di familiarizzazione col libro di Raffaele Fischetti, Glossario Blegeriano, ho avuto alcune impressioni suggestive, che mi hanno fatto dire: «Questo libro val la pena di essere compitato».
È stato innanzitutto rivelatore il lapsus con cui ho consigliato il testo ad amici: «Genealogia Blegeriana». A parte le affinità con un titolo famoso di Nietzsche, nel lapsus era implicito un senso sottile, influenzato da una delle anime del libro: nel testo, le idee di Bleger sono fatte risalire in modo libero, piuttosto che pedante e compilativo, ad alcuni autori che si sono occupati dell'argomento in questione. Ora Freud, la Klein, Winnicott, Bion, Fairbairn, ora Pichon Rivière.
Appare dalle intenzioni dell'autore che l'accostamento tra i nomi illustri che si succedono non è mai iscritto in una dialettica hegeliana. Piuttosto fornisce diverse prospettive da cui guardare lo stesso oggetto analitico, un diorama fenomenologico alla Husserl. È una modalità che ci ricorda l'atteggiamento multiverso della psicoanalisi contemporanea, soprattutto quella bioniana: il vertice da cui si guarda e si interagisce e lo shift dei vertici successivi per superare un impasse clinico.
Un secondo aspetto che ho apprezzato nel testo, è la sottolineatura di un vertice esplicito e ricorrente in Bleger: la psicoanalisi è immersa nel contesto sociale in cui opera. Può sembrare una questione ovvia per la psicoanalisi contemporanea, dopo Bion, Winnicott, i Postbioniani, i Relazionisti e gli Intersoggettivisti.
Ma immaginare che questa teorizzazione sia emersa nei dintorni degli anni Sessanta nel panorama analitico internazionale, perlopiù abbarbicato a una visione unipersonale della psicoanalisi, e nel panorama politico repressivo argentino che si stava addensando, è un'altra cosa.
Posizione glischrocarica, nucleo sincretico, ambiguità, bivalenza ecc., le innovazioni teoriche e cliniche più significative di Bleger, son