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In questo volume, Mangini passa in rassegna alcuni dei più significativi snodi della metapsicologia psicoanalitica, concetti fondanti o fondamentali di quell'armamentario teorico che sta alla base della pratica psicoanalitica e della sua esperienza.
Ciascun capitolo del libro approfondisce un aspetto o argomento teorico affiancato da alcune «finestre» sulla stanza analitica, che egli offre allo sguardo del lettore, uno scorcio sulla sua esperienza con i pazienti. Di impatto differente rispetto a quello di «vignette» cliniche, spesso utilizzate nella letteratura a sostegno di argomentazioni teoriche specifiche, le «finestre» sull'esperienza clinica di Mangini sembrano offrirsi come vere e proprie «visioni», che mettono in evidenza tutto il potere evocativo, la potenzialità del «nesso» e del «gioco» tra clinica e teoria.
Viene in mente come l'esigenza della teorizzazione metapsicologica nasca in grande parte dalla clinica, ovvero da un suo intoppo, nel tentativo di superare o aggirare il quale si attiva nella mente dell'analista un tipo di pensiero che possiamo chiamare, con Freud,1 immaginativo. Dice Assoun (2000): «Lontano dall'essere qualcosa che precede “a priori”, l'intervento della “strega metapsicologica” traccia i contorni di un'incertezza clinica. Per seguire il “processo”, il clinico inceppa nella contraddizione dei fatti, non può che “recuperare terreno”, attraverso una “consulenza metapsicologica”. L'appello al fantasticare è essenziale in questo caso: è l'altro nome di “finzione speculativa” o “teorizzare”. “Fantasticare” non significa qui divagare: è anche l'esatto contrario. È un modo rigoroso per sfuggire alla paralisi clinica del pensiero».2
Questo particolare e caratteristico nesso, incrocio, gioco e scambio tra clinica e teoria mi sembra sia proprio il punto di vista da cui parte l'autore, che decide di intitolare il suo testo all'«esperienza psicoanalitica».